mercoledì 16 dicembre 2020

 MICHÉA, PROGRESSISMO E COVID

La lettura di Michéa fatta ieri sera da Bagnai è a mio avviso di grande interesse proprio per i discorsi che si fanno qui in questi giorni. Premetto che Michéa dice cose che per chi segue il dibattito diciamo da “destra” (anche se io non riesco a ritenermi di “destra”, ma come capita a Jessica Rabbit “mi disegnano così”) sono abbastanza note, ma Michéa ha il pregio di metterle in fila organicamente e di arricchirle con informazioni, esempi e suggestioni culturali (il mito di Orfeo) che aiutano molto a renderle interessanti.

Premetto anche che a mio avviso Michéa ha una visione franco centrica e che quindi non coglie tutta la complessità del fenomeno che descrive, che mi pare più risalente rispetto alla fine delle guerre di religione. Quella linea di pensiero ha iniziato a svilupparsi nella nostra cultura ben prima delle (e indipendentemente dalle) guerre di religione: il “Rinascimento” contiene già in nuce l’idea di “progresso”.

Con questi caveat (preciso per un amico colto), trovo quel testo illuminante.

Sostiene Michéa che il progressismo nasce in Francia al termine delle guerre di religione come reazione a quanto avvenuto con il desiderio di non ripetere più quel tipo di esperienza.

L’idea in estremissima sintesi è che l’attaccamento alla tradizione (quindi anche alla religione) produce conflitto. Quindi tutto ciò che è passato è male, mentre il bene sta nel futuro (aka progresso). Di qui la necessità di recidere ogni legame col passato e di non voltarsi indietro (mito di Orfeo). Sostiene Michéa (idea che mi piace, ma che non so dire quanto sia dimostrabile) che l’adesione personale a questa forma di pensiero coincide con storie familiari travagliate (assenza o taglio delle radici individuali, rifiuto di costruirne di nuove) e che produce (e qui invece mi pare palese) individualismo, con conseguente tendenza del progressismo a sposare la forma mentis capitalistica alla Adam Smith.

Poiché il progresso coincide col bene e il passato col male, per il progressista il conservatore o, peggio, il tradizionalista è malvagio ex se.

Lascio perdere tante altre considerazioni che mi vengono in mente e (si parva licet, ma se lo scrivo significa che per me licet) ci aggiungo del mio sul tema delle misure di contenimento del covid, che stiamo discutendo.

Per un progressista la religione è male e i riti religiosi (così tradizionali ai suoi occhi persino in versione Messa conciliare) peggio. È quindi evidente che un progressista al potere, anche senza ira ac studio, individui nei riti religiosi il tipico esempio di assembramento tranquillamente evitabile in caso di pandemia. È una normale conseguenza della sua mentalità.

Per un progressista, di fronte a un problema (qui la pandemia) la soluzione deve essere data dalla tecnica, possibilmente innovativa, meglio se addirittura sperimentale. Di qui i calcoli sul raggio di diffusione dei “droplets”, le regole sul distanziamento sociale, l’impiego di mascherine e l’imposizione di questi strumenti che provocano - per la gioia del progressista - novità sociologiche, la diffidenza verso i medicinali già esistenti perché “vecchi” e l’entusiasmo per i vaccini innovativi (quelli basati sul RNA).

Per quanto immerso da secoli nel mondo progressista, l’uomo comune, che conserva più o meno un barlume di innato buonsenso, comprende almeno confusamente che il “nuovo” non è automaticamente “buono”. Anzi, per le infinite esperienze negative fatte da generazioni che sono vissute nel mito del progresso, tende semmai a pensare che il nuovo sia peggio del vecchio.

Ma si tratta di confuse sensazioni non razionalizzate che tendono a produrre fenomeni di rigetto scomposto, facilmente bollabili come dimostrazione dell’irrazionalità della resistenza al “nuovo”, cioè a quello che per definizione è “bene”.

Per questo è a mio avviso essenziale comprendere la natura del nemico e affrontarlo con metodica razionalità. Inutile continuare a vedere complotti: è quella visione del mondo che porta a quelle conseguenze quasi in automatico. Quindi il nemico è quel pensiero lì! È quello che occorre combattere.

E per farlo occorre contribuire a costruire, anche a livello di cultura di base (cioè al mio), un’idea altrettanto forte che non sia semplice reazione al progressismo (“la tradizione è bene, il progresso è male”), ma che, anzi, rifiuti la dicotomia tra tradizione e progresso. Occorre un’idea forte che consenta di uscire dallo stretto tra Scilla e Cariddi nel quale siamo abituati da generazioni a navigare. So che è possibile perché per millenni il problema non si è mai neppure posto: gli uomini si sono sempre dati da fare per indagare la natura, avere più cibo, vivere in abitazioni migliori, migliorare le condizioni igieniche e, persino, provare a ottenere più giustizia sociale. Ma nessuno prima di noi moderni s’era mai sognato di chiamare quelle cose “progresso”, farne una religione o contrapporle alla tradizione.

Quindi oggi il problema non è “il vaccino”, ma chiarire che il vaccino contro il covid non è un sacramento salvifico, come tale indiscutibile, impiegabile al di fuori delle regole che l’esperienza pluridecennale in materia ha fissato e imponibile a tutti al di fuori delle leggi che il popolo sovrano si è dato. Neppure i problemi sono le mascherine o (orribile espressione) il “distanziamento sociale”, ma aver ben chiaro che non si tratta di nuovi e più sani modi di vivere, ma di banali precauzioni da adottare provvisoriamente con buon senso nella stretta misura in cui possono essere ragionevolmente utili. E così via.

In altri termini, non si tratta di opporsi alla scienza o alla tecnica, ma di desacralizzarle.

Perché il “progresso” non esiste. Il tempo sì, scorre inesorabile. Ma la storia non conosce un avanti o indietro: cammina come sempre ha fatto per strade accidentate e tutt’altro che rettilinee sulle gambe di noi poveri uomini. Poveri ma liberi (se vogliamo). Per chi crede, alla fine ci sarà la Salvezza, ma non dipenderà da noi anche se progressisti: “Rex tremendae majestatis, qui salvandos salvas gratis, salva me fons pietatis.”.

15 dicembre 2020

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