MICHÉA, PROGRESSISMO E COVID
La lettura di Michéa
fatta ieri sera da Bagnai è a mio avviso di grande interesse proprio per i
discorsi che si fanno qui in questi giorni. Premetto che Michéa dice cose che
per chi segue il dibattito diciamo da “destra” (anche se io non riesco a
ritenermi di “destra”, ma come capita a Jessica Rabbit “mi disegnano così”)
sono abbastanza note, ma Michéa ha il pregio di metterle in fila organicamente e
di arricchirle con informazioni, esempi e suggestioni culturali (il mito di
Orfeo) che aiutano molto a renderle interessanti.
Premetto anche che a mio avviso Michéa
ha una visione franco centrica e che quindi non coglie tutta la complessità del
fenomeno che descrive, che mi pare più risalente rispetto alla fine delle
guerre di religione. Quella linea di pensiero ha iniziato a svilupparsi nella
nostra cultura ben prima delle (e indipendentemente dalle) guerre di religione:
il “Rinascimento” contiene già in nuce l’idea di “progresso”.
Con questi caveat (preciso per un
amico colto), trovo quel testo illuminante.
Sostiene Michéa che il progressismo
nasce in Francia al termine delle guerre di religione come reazione a quanto
avvenuto con il desiderio di non ripetere più quel tipo di esperienza.
L’idea in estremissima sintesi è che
l’attaccamento alla tradizione (quindi anche alla religione) produce conflitto.
Quindi tutto ciò che è passato è male, mentre il bene sta nel futuro (aka
progresso). Di qui la necessità di recidere ogni legame col passato e di non
voltarsi indietro (mito di Orfeo). Sostiene Michéa (idea che mi piace, ma che
non so dire quanto sia dimostrabile) che l’adesione personale a questa forma di
pensiero coincide con storie familiari travagliate (assenza o taglio delle
radici individuali, rifiuto di costruirne di nuove) e che produce (e qui invece
mi pare palese) individualismo, con conseguente tendenza del progressismo a
sposare la forma mentis capitalistica alla Adam Smith.
Poiché il progresso coincide col bene
e il passato col male, per il progressista il conservatore o, peggio, il
tradizionalista è malvagio ex se.
Lascio perdere tante altre
considerazioni che mi vengono in mente e (si parva licet, ma se lo
scrivo significa che per me licet) ci aggiungo del mio sul tema delle
misure di contenimento del covid, che stiamo discutendo.
Per un progressista la religione è
male e i riti religiosi (così tradizionali ai suoi occhi persino in versione
Messa conciliare) peggio. È quindi evidente che un progressista al potere,
anche senza ira ac studio, individui nei riti religiosi il tipico
esempio di assembramento tranquillamente evitabile in caso di pandemia. È una
normale conseguenza della sua mentalità.
Per un progressista, di fronte a un
problema (qui la pandemia) la soluzione deve essere data dalla tecnica,
possibilmente innovativa, meglio se addirittura sperimentale. Di qui i calcoli
sul raggio di diffusione dei “droplets”, le regole sul distanziamento sociale,
l’impiego di mascherine e l’imposizione di questi strumenti che provocano - per
la gioia del progressista - novità sociologiche, la diffidenza verso i
medicinali già esistenti perché “vecchi” e l’entusiasmo per i vaccini
innovativi (quelli basati sul RNA).
Per quanto immerso da secoli nel
mondo progressista, l’uomo comune, che conserva più o meno un barlume di innato
buonsenso, comprende almeno confusamente che il “nuovo” non è automaticamente
“buono”. Anzi, per le infinite esperienze negative fatte da generazioni che
sono vissute nel mito del progresso, tende semmai a pensare che il nuovo sia
peggio del vecchio.
Ma si tratta di confuse sensazioni
non razionalizzate che tendono a produrre fenomeni di rigetto scomposto,
facilmente bollabili come dimostrazione dell’irrazionalità della resistenza al
“nuovo”, cioè a quello che per definizione è “bene”.
Per questo è a mio avviso essenziale
comprendere la natura del nemico e affrontarlo con metodica razionalità.
Inutile continuare a vedere complotti: è quella visione del mondo che porta a
quelle conseguenze quasi in automatico. Quindi il nemico è quel pensiero lì! È
quello che occorre combattere.
E per farlo occorre contribuire a
costruire, anche a livello di cultura di base (cioè al mio), un’idea
altrettanto forte che non sia semplice reazione al progressismo (“la
tradizione è bene, il progresso è male”), ma che, anzi, rifiuti la
dicotomia tra tradizione e progresso. Occorre un’idea forte che consenta di
uscire dallo stretto tra Scilla e Cariddi nel quale siamo abituati da
generazioni a navigare. So che è possibile perché per millenni il problema non
si è mai neppure posto: gli uomini si sono sempre dati da fare per indagare la
natura, avere più cibo, vivere in abitazioni migliori, migliorare le condizioni
igieniche e, persino, provare a ottenere più giustizia sociale. Ma nessuno
prima di noi moderni s’era mai sognato di chiamare quelle cose “progresso”,
farne una religione o contrapporle alla tradizione.
Quindi oggi il problema non è “il
vaccino”, ma chiarire che il vaccino contro il covid non è un sacramento
salvifico, come tale indiscutibile, impiegabile al di fuori delle regole che
l’esperienza pluridecennale in materia ha fissato e imponibile a tutti al di
fuori delle leggi che il popolo sovrano si è dato. Neppure i problemi sono le
mascherine o (orribile espressione) il “distanziamento sociale”, ma aver ben
chiaro che non si tratta di nuovi e più sani modi di vivere, ma di banali
precauzioni da adottare provvisoriamente con buon senso nella stretta misura in
cui possono essere ragionevolmente utili. E così via.
In altri termini, non si tratta di
opporsi alla scienza o alla tecnica, ma di desacralizzarle.
Perché il “progresso” non esiste. Il
tempo sì, scorre inesorabile. Ma la storia non conosce un avanti o indietro:
cammina come sempre ha fatto per strade accidentate e tutt’altro che rettilinee
sulle gambe di noi poveri uomini. Poveri ma liberi (se vogliamo). Per chi
crede, alla fine ci sarà la Salvezza, ma non dipenderà da noi anche se
progressisti: “Rex tremendae majestatis, qui salvandos salvas gratis, salva
me fons pietatis.”.
15 dicembre 2020
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